I comuni della Maratona

Comune di Attigliano

Il Comune di Attigliano, situato in provincia di Terni, occupa una piccola parte la più estrema e meridionale dell’Umbria. Vicino e ben collegato con le città turistiche più importanti dell’Umbria, del Lazio e della Toscana, Attigliano, anche per la sua capacità ricettiva, è una buona base di partenza per alcuni itinerari di interesse storico, artistico, religioso e naturalistico. Il Paese ha conservato il suo antico impianto Medievale con un nucleo dal caratteristico aspetto di Borgo. Attigliano, con un’altitudine di appena 95 metri sul livello del mare, si presenta con un paesaggio prevalentemente pianeggiante da cui si innalzano lievi e dolci colline. Alle colture di cereali e verdure della pianura fanno riscontro gli uliveti e i vigneti collinari coltivati, ancora oggi, sulla base di antiche cognizioni tramandate per via orale e per le quali si conserva un vero e proprio culto. LA STORIA Sul promontorio a monte del Tevere, sul quale il paese è stato fondato esisteva un tempo un boschetto di Tigli. La popolazione residente nella vallata cercava refrigerio, nei giorni di calura all'ombra di questi alberi e spostandosi diceva "ad tilium";da qui sembra che derivi il nome Attigliano. La zona, di origine etrusca, delimitata dalla linea del fiume Tevere ospitò le primitive popolazioni come attestano i ritrovamenti in località Marziano Jana, dove sono state rinvenute tombe a camera e cripte. Nel 993 il Conte Offredo, venuto dalla Germania a seguito dell'Imperatore Ottone III fondò il paese di Alviano e dette origine alla famiglia degli Alviano. I suoi successori costruirono Attigliano che già nell'XI secolo era un paese fortificato e aveva funzionante un porticciolo fluviale in località chiamata "Portovecchio", nelle vicinanze dell'attuale cimitero. All'inizio del XIII secolo Attigliano era già coinvolto nelle guerre tra Orvieto, Todi e Amelia. Proprio Todi si assicurò il possesso del castello di Attigliano insieme a quelli di Guardea e di Alviano. La posizione strategica del Castello di Attigliano era molto importante e giustificava le azioni belliche dei vari contendenti in quanto, posto sul margine di un'ansa su una alta terrazza sovrastante il corso del Tevere, aveva il dominio della vallata sulla sinistra del fiume. Fino al 1500 Attigliano insieme ai paesi vicini come Lugnano, Mugnano, Alviano, fu teatro di guerre ed assalti e più volte passò dal dominio di lodi a quello della Santa Sede e quello di Amelia, fino a ritornare definitivamente dominato da Bartolomeo di Alviano. Nel settembre del 1860 l' Umbria fu occupata dalle truppe sarde-piemontesi di Re Vittorio Emanuele II e con un plebiscito fu annessa al Regno d'Italia. Ebbero inizio le prime Amministrazioni Comunali rette da Sindaci di nomina regia dal 1865, scelti poi per elezione popolare diretta dal 1896. Il Comune di Attigliano si scelse un emblema, un suo gonfalone in pesante velluto, diviso in bande, una bianca e una verde con al centro uno scudo sormontato da una corona baronale rappresentante tre figure naturali e ideali: un tiglio, un mitologico ippogrifo che lo arrampa su una distesa d'acqua. Nel 1870 ci fu una disastrosa inondazione. Per lo straripare del Tevere anche Roma fu in parte inondata; Attigliano fu sommerso in molti punti anche da tre metri di acqua limacciosa. Il Tevere scelse con prepotenza il letto del più piccolo torrente Vezza, abbandonando il suo che da secoli si era formato sotto quella ripa a cui si affaccia il paese. Nel 1902 il Municipio con le scuole furono trasferite della sede in Piazza della Rocca vicino all'orologio al nuovo edificio "al Prato" ora piazza Umberto I. Nello stesso anno è stata restaurata e ingrandita la chiesa Parrocchiale che dal 1897 i capofamiglia di Attigliano già volevano fuori dalle mura Castellane. Nel 1954 fu inaugurata l'apertura della provinciale Bomarzo-Viterbo che ha assicurato il primo collegamento interregionale; nel 1964 la "conquista" del Casello Autostradale sulla A1 che ha collegato Attigliano con il circuito di comunicazione della rete autostradale nazionale. ARTE Dell’antico nucleo attualmente si conserva la cinta muraria esterna, con le cinque torri rotonde, ascrivibile al XIV-XV sec. ma riadattata sulle strutture di una preesistente fortificazione, la Porta di accesso al Borgo con il Portale, la Torre, all’interno dello stesso, caratterizzata da un originale orologio seicentesco a sei ore e ad unica lancetta, la fontana dei Delfini o dei Tritoni in Piazza Vittorio Emanuele II, la Chiesa della Madonna del Porto in località cimitero; nulla resta, invece, del Palazzo Baronale e della Chiesa Parrocchiale. La nuova Chiesa parrocchiale, dedicata a San Lorenzo Martire è, al suo interno, caratterizzata da alcune importanti opere.

Comune di Alviano

Alviano è un piccolo borgo medievale tipicamente umbro, situato su un'altura della Valle del Tevere non lontano dai colli amerini, e circondato dai calanchi, che formano degli estesi sistemi a ventaglio di grande fascino. Il piccolo borgo, circondato dalle mura difensive, presenta ancora la sua chiara impronta urbanistica medievale, caratterizzata da una forma compatta con un tessuto viario piuttosto fitto ma regolare, rimasta quasi totalmente immutata nonostante il rifacimento di diversi complessi edilizi. Alviano è uno dei comuni che fanno parte del Parco Fluviale del Tevere, che si estende per circa 50km giungendo fino all'Oasi Naturalistica, di grande importanza per la conservazione della natura e del territorio. L'Oasi, che occupa circa 900 ettari, nacque artificialmente nel 1963 a seguito dello sbarramento del fiume Tevere realizzato dall'ENEL, ed in breve tempo i sedimenti accumulati dal fiume hanno contribuito alla nascita di varie zone paludose e di un bosco igrofilo, attirando numerose specie di uccelli acquatici. Oggi, sono oltre 10.000 gli esemplari che ogni anno si fermano qui, scegliendo l'oasi come rifugio ideale dove riprodursi. La StoriaAlviano nei documenti medievali è noto come "Albianum", toponimo che indica possesso, fondo agricolo di una "gens". Nel caso specifico si tratta di un toponimo prediale che ricorda il " praedium " della " gens albia " che qui aveva un possedimento con villa campestre. Si ritiene che il primo insediamento della villa albiana o praedium albianum debba essere ricercato sulla collina tra Lugnano in Teverina ed Alviano, dove è ancora presente il toponimo "La Villa".Continuando il nostro rapido volo storico su Alviano , ricordiamo che, verso la fine del X secolo, i Longobardi e poi i "Comites", giunti dalla Germania al seguito dell'Imperatore Ottone III iniziarono a stanziarsi lungo la Via Tiberina, restando, successivamente, legati al Baronaggio locale, come gli Alviano, gli Orsini, i Colonna, i Caetani. Gli Alviano ottennero il titolo di " Nobili Orvietani " e con Orvieto divisero le aterne vicende, alleanze e lotte con la città di Todi, Amelia e con tutti i Castelli della Tiberina. Agli inizi del XIII secolo, appaiono ufficialmente tra i " Domicelli " di Orvieto. Spoleto, con la forte espansione del suo ducato, non lascia spazio al altri feudatari che, per salvaguardare l'autonomia dei loro feudi, preferiscono avere contatti con Orvieto e Todi, anziché con il Ducato di Spoleto. Il 13 Novembre del 1290 , gli Alviano partecipano con tutta la nobiltà orvietana alla benedizione e alla posa della prima pietra del Duomo di Orvieto e concorrono alla realizzazione della fabbrica con copiose offerte.Nel 1300, Offreduccio e Giannotto di Alviano, con il concorso di Ugolino, fanno atto di sottomissione ad Orvieto, per avere protezione contro Todi sui loro beni di Alviano, Guardea e Giove. Nel 1301, il Nobile Ugolinuccio di Alviano è eletto Podestà di Orvieto.Questo centro dell'Amerino raggiunse il massimo dello splendore ai tempi di Bartolomeo di Alviano , che tra il '400 e il '500 fu conosciuto in tutta Europa sia per le sue imprese di guerra, come capitano di ventura, sia per i rapporti con le più potenti famiglie dell'epoca.È a Bartolomeo che si deve la ricostruzione e l'ampliamento dell' antica fortificazione costruita intorno all'anno 1000 dal Conte Offredo.Nel 1654 la rocca venne acquistata da Donna Olimpia Maidalchini-Pamphili cognata di Innocenzo X per 265.000 scudi.Donna Olimpia è rimasta nell'immaginario popolare per le leggende legate ai suoi costumi licenziosi.

Comune di Baschi

Probabilmente di origine etrusca ma con vastissime testimonianze di epoca romana, dal XI secolo, Baschi, con la sua potente famiglia è stata sempre feudo ghibellino, alleato, di volta in volta con Orvieto o con Todi.Territorialmente uno dei più vasti Comuni della Provincia di Terni, con le frazioni di Civitella del Lago, Acqualoreto, Morre, Colle lungo, Scoppieto, Cerreto, Vaglie e Morruzze si possono ammirare e visitare numerose emergenze di carattere storico-naturalistico importanti. Nel capoluogo sono certamente da frequentare i famosi "buchi" del borgo medioevale, la chiesa di San Nicolò dell'Ippolito Scalza e l'Antiquarium comunale dove sono collocati gli interessanti reperti archeologici del sito di Scoppieto (II a.C.-II d.C.). Da Civitella del Lago si gode un bellissimo vastissimo panorama che spazia dalla bassa Toscana all'alto Lazio e sul lago di Corsara e ivi si può visitare il Museo dell'Ovo Pinto, unico al mondo Acqualoreto, Morre e Collelungo sono antichi castelli feudali immersi in una natura incontaminata e disseminata di leccete e castagneti attraversati da circa 82 km. di sentieristica da trekking. Da visitare anche il Convento francescano di Pantanelli dove Iacopone da Todi compose lo "Stabat Mater" ed il Santuario della Pasqualela, incastonato e proteso sulle affascinanti Gole del Forello. Ristoranti rinomato (Visoni, Tripponi, la Comitiva, la Cruccola) e le numerose trattorie ed agriturismi della zona ne fanno un paradiso per i gourmets che possono anche godersi ben tre vini DOC e l'ottimo olio DOP locale frequentando anche le numerose sagre che vi si svolgono in estate (della focaccia a Cerreto, del porchetto a Baschi, Cantine & Cucina a Civitella, della castagna a Morre). CENNI STORICI Posto a 165 metri sul livello del mare, Baschi è uno dei più vasti comuni della provincia di Terni. Probabilmente di origine etrusca, ma con vastissime testimonianze di epoca romana, trae il suo nome dal latino “vasculum”, che nella radice “vas” esprime il significato di conca, bacino. La genesi di questo nome sembra essere confermata dalla particolare configurazione del terreno, che presenta numerosi avvallamenti e conche lungo il fiume Tevere. Dall'XI sec. Baschi conta vicende e storie rocambolesche che lo videro libero comune e poi sotto il dominio della potente signoria dei Baschi, ghibellina, prese parte alle numenrose lotte contro le fazioni avverse dei guelfi. Nel 1860 con Orvieto e Todi votò l'annessione al nuovo Stato Italiano. ARCHEOLOGIA Alcuni anni fa, è stata individuata nei pressi di Scoppieto, la presenza di un insediamento produttivo della prima età imperiale romana. Si tratta di un complesso produttivo della prima età imperiale romana di ceramiche fini da mensa, cosiddetta “terra sigillata”, con cui venivano prodotti servizi di piatti, tazzine, ciotole di colore rosso che fu attivo per tutto il II sec. d.C. Si deduce che la fabbrica di Scoppieto venne impiantata in età augustea, a conferma le monete e le lucerne rinvenute. Come oggi, anche in età romana le fabbriche di ceramica raffinate firmavano i loro prodotti e il nome del produttore veniva impresso sul fondo interno del piatto. Sono numerosissimii frammenti recuperati a Scoppieto di due vasai ceramisti Lucius Plot Por e Lucios Plo Zosimus, che qui impiantarono la fabbrica attiva sino al 70-80 d.c. La scelta della zona fu sicuramente determinata dai requisiti fondamentali come l'argilla, il legname e l'acqua necessari per impiantare una fornace. Lo scavo iniziale nel settembre del 1995, su regolare concessione del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, ha riportato alla luce otto vani divisi in due settori paralleli, oltre alla fornace ed alle vasche di decantazione per un estensione coperta di circa 1.500 metri quadrati. DA VISITARE Particolarmente suggestivo è il Borgo Mediovale, intatto nella sua struttura originaria, denominato “I Buchi”, nome derivante dalla taglia minuta delle case e dei vicoli, un vero e proprio mondo antico perfettamente conservato. La chiesa di S. Niccolò del XVI sec, è dichiarata monumento nazionale e fù sobriamente progettata dall'architetto orvietano Ippolito Scalza. Al suo interno è conservato un prezioso trittico di Giovanni di Paolo Senese del XV sec.; sopra la porta un bellissimo organo del 1700 con 500 canne dei fratelli Fedeli. Nel centro storico si trova il Palazzo del Municipio al cui interno è possibile visitare l'Antiquarium di notevole interesse, e la Marroca una grande testa di pietra arenaria di ignota provenienza e risalente forse al XVI sec a.C.

Comune di Giove

Il centro storico di Giove guarda al Tevere dalla sommità di una collina. La storia antica del borgo continua a essere raccontata da vicoli, archi e edifici racchiusi nel centro storico e, soprattutto, dal maestoso palazzo Ducale, il “castello”, che ricorda i fasti delle signorie. IL NOMEDue sono le ipotesi sul nome di Giove: la prima è legata alla presenza già in epoca pre-romana di un tempio dedicato al padre degli dei, divinità a cui erano consacrati molti colli ancora prima della divisione etnica tra Umbri ed Etruschi. Tuttavia rimane di un certo fondamento anche l’ipotesi che farebbe risalire il nome al vocabolo latino “jugum”, “vetta” entro due valli, che corrisponde perfettamente alla situazione geografica del paese.A sostegno di ciò nelle carte del Medioevo viene chiamato Juvo o Jugo.L’etimologia che vorrebbe il nome attuale derivare da un presunto Jovis (Giove) è invece da far risalire ad una consolidata tradizione popolare. LA STORIAAncora florido doveva essere il paese durante tutta l’epoca romana, come testimoniano i numerosi reperti archeologici venuti alla luce nel territorio comunale: tra questi pregevoli tombe, resti di edifici, laterizi, monete ed are sacrificali. In epoche più recenti, il nome di Giove compare per la prima volta in un documento del 1191, con il nome di Juvo, dove viene ricordato come importante centro strategico conteso tra Amelia, Todi e Orvieto. Il 2 gennaio 1223 Oderisi, Ugolino, Veritiero, Amatore, giurano sottomissione al Podestà e Camerlengo del comune di Orvieto. Nel Trecento il castello di Giove ed il suo territorio sono contesi tra il comune di Orvieto ed il Conte Palatino di Toscana Benedetto Castani, mentre, nel 1328, il feudo viene conferito da Papa Urbano IV a Pietro, Conte di Anguillara. Ancora, nel 1465 il potere è rivendicato dagli Amerini che, occupato il castello, ne affidano le sorti a Paolo Farnese. Alla Signoria dei Farnese subentra nel XVII secolo quella dei Mattei, i quali fanno erigere una parte dell’imponente Palazzo a pianta quadrata. Nella prima metà del secolo XV il castello risulta feudo degli Anguillara. Il 26 febbraio 1481 il Papa Sisto IV investe del Feudo di Giove Lucrezia delgi Ordelaffi. Nel 1545 Ottavio Farnese, Duca di Castro e Ronciglione e Signore di Attigliano, governa il feudo di Giove tramite sua figlia Contarina Farnese. È probabile che a questo periodo risalga il più antico nucleo di costruzione dell’attuale Palazzo Ducale. Il 14 luglio 1597 Matteo Farnese aliena il feudo ai fratelli Ciriaco ed Asdrubale Mattei per la somma di scudi 65.000. È probabile che in quel periodo il Castello sia innalzato a Marchesato. Papa Urbano VIII con una sua breve del 10 ottobre 1643 concede a Girolamo Mattei, Marchese di Giove, la dignità di Duca. Agli inizi del ‘900 il castello è venduto ai Ricciardi, quindi al generale De Robilant ed infine, nel 1936, ai conti d’Acquarone dai quali viene acquistato, nel 1986, dall’attuale proprietario, sig. C. R. Band, di nazionalità statunitense.

Comune di Guardea

La storia di Guardea, che in origine aveva nome Guardege, ricalca quella di più importanti centri dell'amerino, come Alviano e Lugnano in Teverina. Fu soprattutto al tempo delle signorie che Guardea conobbe una certa espansione, sotto la giurisdizione dei De Guardeja residenti nel bel castello cittadino, detto Castello del Poggio. Nel seguito i Monteparte, i Monaldeschi, e gli Alviano si alternarono nel dominare il paese. Sulla bella Piazza Panfili si affaccia la Chiesa di San Pietro e San Cesareo (XVIII sec.), formata da un'unica navata con tre cappelle per lato.Nella chiesa sono conservate numerose e pregevoli tele dei secoli XVI-XIX, tra cui un'Incoronazione della Vergine del 1500, un'Ultima Cena attribuita alla scuola di Gian Francesco Perini (XVI sec.), un Sant'Atanasio del XIX sec. Accanto alla sagrestia un mini museo espone i reperti archeologici provenienti dal Convento di Santa Illuminata i cui resti si trovano poco distante dalla statale 205 amerina. Sorto nel 1007, il convento nel XIII sec. passò ai Francescani e lo stesso San Francesco dormì varie volte nella grotta adiacente, tuttora oggetto di una sentita venerazione. A fianco del Municipio si trova la Chiesa di Sant'Egidio (XIII sec.). Ingrandita nel 1500 fu ulteriormente ampliata nel 1690. Dietro l'altare è stato di recente portato alla luce un bell'affresco del sec. XVI, raffigurante una Madonna in trono e Santi. Mirabile anche un'ara pagana, proveniente dalla distrutta Chiesa di Santo Stefano del Marruto. è stata invece edificata sul luogo dove sorgeva un'antica edicola la Chiesa di Santa Lucia (XIX sec.), che merita di essere visitata per l'affresco (1890) del famoso Domenico Bruschi che impreziosisce l'abside. Nei comuni di Guardea ed Alviano si estende per 900 ettari un'Oasi Naturalistica, affidata alla tutela del WWF. La presenza dell’uomo nel territorio di Guardea risale a tempi antichissimi. Essa è documentata da strumenti in selce: bifacciali, punte, lame, raschiatoi, bulini e punteruoli, che insieme agli scarti della lavorazione della selce stessa, come schegge non lavorate e nuclei, sono stati trovati in abbondanza in svariate zone del comune.Appartengono quasi tutti al Paleolitico medio musteriano (300.000- 80.000 anni fa ca.), mentre il ritrovamento di una piccola ascia di diorite ci porta all’Eneolitico, o età del Rame, cioè a circa 6500 anni fa.Manufatti protostorici testimoniano continuità nel tempo dell’insediamento umano, favorito da condizioni climatiche e ambientali ideali per lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento; queste attività, unite alla caccia e alla pesca, consentirono il progresso dei gruppi umani che da nomadi divennero stanziali, abbandonando i ricoveri occasionali come le grotte e stabilendosi in dimore costruite con i materiali che avevano a disposizione, tra questi il travertino. Due sontuose dimore di campagna risalenti al periodo romano sono state individuate nelle località Piana del Ceraso e la Pieve. La prima fu studiata nel 1925 dall’archeologo Pietro Romanelli per conto della Reale Accademia dei Lincei. Egli riportò alla luce due pavimenti a mosaico in bianco e nero che rappresentavano mostri marini, soggetti preferiti dall’arte musiva per la decorazione di ambienti termali, e per la somiglianza con i mosaici di Castelporziano li datò al II sec. dell’era volgare.Sebbene i lavori agricoli abbiano distrutto entrambi i pianciti, recenti ricerche archeologiche hanno permesso il recupero di singole tessere e di materiale fittile frammentato appartenente a vasi e contenitori di varia foggia ed uso. Diverso e più approfondito il discorso che possiamo fare sulla Pieve. Questo complesso monumentale e la sua area circostante, indagati a partire dal 1988, hanno restituito, nel corso di ricognizioni di superficie, reperti archeologici che coprono un lunghissimo ed ininterrotto arco di tempo che dal Paleolitico medio arriva fino ai nostri giorni.Strumenti litici quali selci lavorate, bulini, grattatoi, schegge, punte di frecce e scarti di lavorazione testimoniano una frequentazione, se non proprio una occupazione, di tutta l’area a partire da tempi assai remoti.Impasti rosso- brunastri sono riferibili genericamente all’età arcaica, quindi alla presenza etrusca, e centinaia di frammenti di vasi e contenitori ci illustrano che dal V sec. a.C. per tutta l’età repubblicana ed imperiale fino ad arrivare al tardo antico, in questa zona doveva sorgere una grande villa romana di campagna legata allo sfruttamento delle risorse che il territorio offriva. Rivestimenti in marmi policromi presenti in frammenti, stucchi, piccole parti di affreschi di colore rosso pompeiano, lastrine sottili, tessere in bianco e nero, coppi, bipedali, frammenti didolia, di sigillata italica, gallica e africana, di ceramica a vernice nera, di ceramica a pareti sottili e acroma, vetri e monete testimoniano la ricchezza della villa su cui fu impiantato il complesso religioso, la Pieve, in un periodo che non dovrebbe andare oltre il V. sec. d.C., al momento della grande diffusione del Cristianesimo nelle campagne. Per la sua costruzione fu utilizzato il molto ricco e abbondante materiale di spoglio che la villa offriva, sovrapponendosi su di essa di cui sono tuttora riconoscibili le strutture in opera laterizia (opus latericium) e in opera cementizia di epoca romana. La struttura architettonica odierna è nascosta dalla casa colonica cui è stata destinata in tempi abbastanza recenti. La Pieve fu dedicata a S. Cesareo, diacono e martire del I sec., ed essendo la prima chiesa della zona aveva il privilegio del fonte battesimale e del cimitero, rispetto alle altre chiese che in seguito sorsero nel territorio, che consentiva ai suoi rettori di seguire lo sviluppo delle famiglie,.Quando essa fu abbandonata non ci è dato di sapere con sicurezza. Probabilmente accadde nel periodo in cui le orde dei barbari con le loro feroci incursioni portarono ovunque morte e desolazione, cosicché la popolazione, per cercare scampo, fu costretta a trasferirsi nel castrum edificato su un colle isolato, distante pochi km., ad un’ altezza di 572 m. s.l.m.. Il borgo in seguito prenderà il nome di Guardea Vecchia, toponimo di derivazione germanica che sta a significare vedetta, guardia.Non conosciamo l’anno o il periodo della sua fondazione, probabilmente avvenne tra il IX ed il X sec., si è ipotizzato l’anno 880, per opera di un discendente di un conte dei Baschidella Guascogna discesi in Italia al seguito di Carlo Magno.Trasferita quindi la popolazione all’interno delle imponenti ed altissime mura castellane, anche il titolo della Pieve fu trasportato nella chiesa parrocchiale che vi era stata nel frattempo costruita e soltanto molto tempo dopo, a S. Cesareo fu affiancato S. Pietro come contitolare. . Il documento d’archivio in cui compare per la prima volta il nome di Guardearisale al 1154 ed è un atto di vendita della metà di quattro castelli posseduti dalle figlie di un “Raynaldo de Guardeia” a papa Adriano IV. Questo documento, conservato nell’Archivio Segreto Vaticano, è stato riprodotto nel IV volume dell’opera Regesta Pontificum Romanorum -Italia Pontificia- di Paolus Fridolinus Kehr pubblicata nel 1909.Dopo questa data, per avere ulteriori notizie, occorrerà attendere quasi un secolo, quando nel 1232 i signori di Alviano, che nel frattempo, non si sa a quale titolo, erano entrati in possesso del feudo di Guardea, sottomisero se stessi ed i loro possedimenti al potente comune ghibellino di Todi. Questo atto di sottomissione fu rinnovato varie volte perché gli Alviano, a seconda delle vicende politiche del momento, tentarono a più riprese di scrollarsi di dosso l’ingerenza tuderte. Ma tra il 1367 ed il 1368, a seguito di un processo intentatole dalla Chiesa, la città di Todi con tutto il suo territorio fu assoggettata definitivamente al Patrimonio di S. Pietro, perdendo con la libertà anche i feudi di cui si era impadronita, tra questi vi era Guardea. Così gli Alviano riebbero le loro terre, tranne Guardea che per un certo periodo passò direttamente sotto la potestà del papa, godendo di una sorta di autonomia poiché era tenuta solo a pagare tributi alla Camera Apostolica. Dopo alterne vicende, tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, ai tempi in cui il grande condottiero Bartolomeo d’Alviano si trovava alla ribalta della storia nazionale ed internazionale, Guardea rientrò nella sfera d’influenza di questa famiglia. Dopo la morte di Bartolomeo e del suo unico figlio maschio Livio, la famiglia Farnese, che possedeva beni situati intorno al lago di Bolsena e che aveva cominciato a espandersi nella Teverina con l’acquisto del castello di Giove da parte di Galeazzo, tentò di impadronirsi dei beni degli eredi di Bartolomeo con l’avallo di papa Paolo III (Alessandro Farnese), che mirava a costituire un grande stato feudale per il figlio Perluigi.La vedova di Bartolomeo, Pentesilea, le figlie e gli altri eredi legittimi, ma non tutti, per quattro anni, a partire dal 1537 anno in cui il pontefice Paolo III con la bolla “Vices licet immeriti” aveva costituito il ducato di Castro per Pierluigi, permutarono o vendettero le loro quote- parti al Farnese, cosi che l’ex Status Alviani finì inglobato nel ducato di Castro.Non si hanno però notizie sulla quota di eredità, che comprendeva parte di Guardea, posseduta da Porzia, figlia di Bartolomeo e moglie di Paolo Pietro Monaldeschi della Cervara, sicuramente non fu mai venduto.Dopo la fine tragica di Pierluigi, avvenuta nel 1547, e la morte di suo padre Paolo III, la buona stella dei Farnese cominciò a declinare perché il papa successivo, Giulio III, dichiarò decaduti Ottavio ed Orazio, figli di Pierluigi, perché si erano avvicinati troppo alla Francia di Enrico II suo nemico. Il 9 settembre 1553 Giulio III incamerò i beni che i Farnese possedevano nello Stato della Chiesa e tra questi fu espressamente nominato il castello diGuardea, mandandovi come commissario proprio Paolo Pietro Monaldeschi della Cervara.Infatti, approfittando del momento di disgrazia dei Farnese, gli eredi degli Alviano, in veste di rappresentanti pontifici, avevano cominciato ad avanzare diritti di proprietà sui loro antichi feudi.Il 12 marzo 1567 il castello di Guardea passò a Luca della Cervara, nipote di Paolo Pietro, il quale però, per avere commesso alcune malefatte, fu condannato dal Fisco ed il feudo di Guardea con altri beni gli furono requisiti dal commissario apostolico Pietro di Sorbolongo.Nel 1571 Caterina Cervara, figlia di Porzia d’ Alviano e di Paolo Pietro Monaldeschi della Cervara, nipote diretta di Bartolomeo, era “curatrice ac legittima administratrice” dei castelli di Guardea e del Poggio.Rimasta vedova di Monaldo Clementini da cui aveva avuto, tra gli altri, la figlia Sulpizia, si unì in matrimonio con Ludovico dei conti di Marsciano al quale, vedovo a sua volta, era nato dal precedete matrimonio Orazio che sposerà Sulpizia.Caterina portò in dote duemila scudi e il feudo di Guardea. Poiché la quinta parte di esso era però posseduta dalla nipote Pentesilea degli Atti, il 25 gennaio 1603 tra zia e nipote si giunse ad un accordo e Pentesilea cedette a Caterina la sua quota- parte per 9500 scudi.Dopo la morte di Caterina Monaldeschi della Cervara, il castello di Guardea con tutte le terre ad esso pertinenti passò per sua volontà al figlio Alessandro ed al nipote Ludovico dei conti di Marsciano, i cui discendenti lo tennero fino ai primi anni del ‘900, quando il Comune, avvalendosi di una legge promulgata dal Parlamento italiano il 24 giugno 1888, dopo anni di lotte legali con i Marsciano, riuscì ad affrancare tutte le terre per un canone annuo di £. 2728,55. Questo canone di lì a breve fu estinto mediante il versamento della somma di £ 54.571. I sindaci artefici della liberazione delle terre dalle antiche servitù feudali furono: prima Gioacchino Salusti, che diede il via all’affrancazione, poi Alfonso Canali che la portò a termine.Oggi queste terre ricche di boschi e di pascoli costituiscono il Dominio Collettivo di Guardea che, fondato il 14 maggio 1889, soltanto il 1 ottobre 1905 riuscì ad entrare in possesso dei beni affrancati dal Comune.Mentre si succedevano queste vicende, accadeva che la popolazione, già nei primi anni del 1600, cominciasse ad abbandonare le proprie case situate all’interno delle mura castellane per trasferirsi a valle. Questa scelta fu dettata da diversi fattori: i motivi di difesa dalle invasioni dei barbari e dalle incursioni di nemici e banditi erano venuti meno, i campi da coltivare si trovavano in pianura, per cui era molto scomodo scendere in basso al mattino e tornare di sera sul colle, soprattutto quando si dovevano condurre al pascolo le mandrie di pecore e buoi. Questo trasferimento a valle avvenne non solo per volontà popolare, ma anche perché i conti di Marsciano, con atto pubblico del 4 maggio 1684, diedero il consenso alla costruzione di nuove abitazioni all’esterno delle mura del castello.Molti nuovi edifici erano sparsi per la campagna, mentre il nucleo più consistente delle case si trovava raggruppato nei rioni denominati Marruto e Scoppeti. Tra essi, al centro di un terreno detto Piano Antico di proprietà della parrocchia, fu eretta la nuova chiesa parrocchiale intitolata ai Ss. Pietro e Cesareo.L’abbandono definitivo del castello avvenne nel 1707 allorché il parroco, d. Giuseppe Lorenzo Canale, nel giorno del Corpus Domini, trasportò processionalmente il Santissimo dalla vecchia chiesa in quella rurale di S. Egidio situata a valle, in attesa che fosse terminata la nuova chiesa dove, il 9 novembre 1732, fu celebrata la prima messa.

Comune di Lugnano in Teverina

LUGNANO IN TEVERINA La dove volge la subappennina catena verso l’occidente al piano sovra un bel colle accampasi Lugnano; qui l’aere è puro più che altrove sia, è l’albergo di ogni quiete e cortesia… (Stanislao Forchielli, 1905) Lugnano in Teverina uno dei borghi più belli d’Italia, sorge su di un colle roccioso, a Nord e Nord-Est è protetto da una catena di monti costantemente verdi e facilmente accessibili. Dall'alto delle sue antiche mura si scorge il Tevere, che lambisce le sue terre. Lungo la valle che da esso prende il nome si gode uno splendido panorama. Il territorio prevalentemente collinare, si estende per circa 3000 ettari tra coltivazioni cerealicole, vigneti ed oliveti dai quali viene prodotto olio extra-vergine di finissima qualità; vi si respira una aria sana e vivificante in un clima sempre mite. UN GIRO IN PAESELugnano vale una visita e una passeggiata non solo per la Chiesa di S. Maria Assunta, del XII sec., nota come La Collegiata, ma per tutto il borgo che racchiude angoli pittoreschi ed offre insospettati scorci panoramici. II centro Storico, caratteristico per la sua impronta medioevale, è a tutto oggi rimasto integro. Da ammirare le sue mura, i resti delle torri, i numerosi palazzi nobiliari. Il Paese è dominato da Palazzo Vannicelli in Piazza della Rocca, dalla mole dei due Conventi alla estremità sud e al centro da Palazzo Pennone, il più imponente. Bisogna addentrarsi nel borgo per scoprire ed apprezzare l'atmosfera di questa città in miniatura ed è bene farlo a piedi,. Una caratteristica via ellittica porta nel cuore del paese dove si possono scoprire le pittoresche scorciatoie fra giochi di archi e scalette. Percorrendo il viale Regina Margherita si giunge in piazza della Rocca, da qui si scende per arrivare a Piazza Santa Maria, la piazza della celebre Collegiata. Costruita in eleganti forme romaniche, la Collegiata è uno dei più significativi esempi iconografici ed architettonici dello stile romanico. Si scende dalle scalette alla destra della Collegiata verso via Garibaldi giungendo alla ben mantenuta Porta Medioevale, parte integrante del complesso di mura di difesa di Lugnano, costruite per ordine di Papa Leone IV negli anni 847-849. Restaurata nella seconda metà del 1400 per ordine di Papa Pio II Piccolomini, presenta nella lapide il simbolo della famiglia Piccolomini. La cinta muraria di Lugnano si è mantenuta ed in alcuni punti è stata inglobata da case appoggiate ad essa con i caratteristici orti o Logge della contrada Logge. Entrando sulla sinistra si trova la piazzetta un tempo mattonata e fornita di un Pozzo per il ristoro di chi entrava in paese. Alla fine di via Duca degli Abruzzi si giunge di fronte all'ex convento dell'Annunziata, istituito nel 1576 su interessamento della comunità. Le monache inizialmente erano Agostiniane, poi adottarono la regola di S.Benedetto divenendo benedettine.La facciata è stata recentemente restaurata. Poco più avanti, in piazza Marconi, si trova la Chiesa di Santa Chiara, parte integrante del monastero della Clarisse, istituito a Lugnano nel 1470. Da qui si percorre via Umberto I, il corso principale del paese dominato dalla mole del palazzo Ridolfi-Farnese detto Pennone, sede del Municipio. Sulla sinistra, un bellissimo archetto fa da sipario alla piazzetta di Campo dei Fiori, uno degli scorci più belli del centro storico. Incamminandosi in discesa verso via Campo dei Fiori si giunge ai giardini dell'Ex Orto Ungari, uno dei punti panoramici più belli da cui osservare la bassa valle del Tevere. Da qui si vedono il Castello ed il Lago di Alviano, l'ansa del Tevere. Più a Sud gli imponenti monti Cimini fino al monte Soratte in direzione di Roma. UN PO’ DI STORIA Nel periodo romano è certamente uno dei centri preminenti del cosiddetto "agro-amerino-romano" che si estendeva presumibilmente dalla Via Amerina fino a Guardea. Tutto cio' risulta documentato sia da scoperte archeologiche, i cui numerosi reperti sono conservati in un Antiquarium (della Villa romana di Poggio Gramignano), che dalla letteratura latina (questa zona viene citata nelle sue opere da Plinio il Giovane). Nell'alto e basso medioevo Lugnano presenta uno sviluppo piuttosto singolare, diventando comune molto presto, intorno al 1000. Nei secoli XI e successivi, vengono indicati numerosi nomi come signori di Lugnano: duchi di Montemarte (intorno al 1000), poi i conti Bovaciani di Todi (1147), un Guido senza nome in qualità di visconte (1204), un Tebaldo Vagliante visconte (1216), gli Orsini (primi anni del secolo XIV), Tommaso di Alviano (1370). In realtà questi personaggi vanno considerati come "defensores" (difensori), ai quali i Papi affidavano la difesa dei loro territori e terre. Signori e padroni della terra di Lugnano sono sempre i Papi, facendo essa parte del patrimonio di San Pietro.Alleata o dipendente della città di Orvieto ne segue le vicende nella contesa tra Guelfi e Ghibellini, in particolare contro Todi ghibellina a cui sottostavano Amelia e i Signori di Alviano, proprietari di Alviano, Guardea e Attigliano. Documentata da una bolla di Gregorio IX (1 Aprile 1239) è la vittoria dei lugnanesi e degli orvietani contro Todi ed Amelia che avevano assaltato Lugnano. Le mire espansionistiche di Todi, per il controllo del Tevere, fanno si che Lugnano rimanga isolato con il solo sbocco verso Orvieto e i castelli oltre il Tevere. Nel 1449 su ordine di Pio II (Enea Silvio Piccolomini) vengono restaurate le mura della Terra di Lugnano, la spesa comunque è a carico della Comunità. Nel 1497 è Bartolomeo d'Alviano che rovina e depreda la Terra di Lugnano. Il fatto si rinnova nel 1502 per opera dei fratelli di Bartolomeo, l'abate di S. Valentino, Bernardino e Aloisio di Alviano. Nonostante tutto, la Comunità reagisce e sotto la spinta rinnovatrice di Giulio II si dota del compendio organico degli Statutari ordinamenti, che risalgono al XI secolo: lo statuto della Terra di Lugnano (1508). Esso contempla e regola ogni aspetto della vita sociale, delle interrelazioni tra Comunità e singoli e nei minimi dettagli di vita, di lavoro, di animali e di territorio. Questo tesoro di civiltà è oggi tradotto e disponibile in un testo pubblicato dallo studioso lugnanese Terzo Pimpolari. Nel 1600 inizia il declino del Comune, provocato dalla perdita del senso di "comunità" e dall'emergere di una oligarchia di poche famiglie nel governo del Comune, che via via si appropriano dei beni del Comune per arricchirsi. Negli anni è un progressivo deterioramento e un indebitamento costante che provoca povertà nella popolazione. La situazione non cambia nel 1700 e nel 1800. In questi anni interviene a sostegno della popolazione il Capitolo della Collegiata di S. Maria che, durante la Repubblica Romana e il Regno di Napoleone, impegna gli argenti della chiesa per comprare il grano per il pane. Verso la metà del 1800 si risveglia, in parte, il senso comunitario e iniziano le cause giudiziarie contro i Vannicelli e i Bufalari per il recupero dei beni comunitari di cui si erano appropriati. Queste cause giudiziarie terminano con la "Transazione Vannicelli" (10 giugno 1910) e la costituzione della Università Agraria (23 Aprile 1913), che diventa proprietaria di circa 800 ettari di terra. Agli inizi del 1900 gli abitanti di Lugnano erano 2243, all'interno del paese 785, nella campagna, quasi tutti contadini, 1458. Scoppia la prima Guerra Mondiale con 35 caduti di Lugnano, povertà, malattie come spagnola e la tubercolosi. Il regime fascista non crea condizioni migliori nel paese, anzi la seconda Guerra Mondiale porta ancora sofferenze e lascia nella popolazione divisioni e rancori. Ma Lugnano della Teverina, nonostante tutto, mantiene la sua bellezza, la sua salubrità, il fascino della sua Chiesa e delle sue strutture, il suo ambiente incontaminato e accogliente. FUORI LE MURA CONVENTO E CHIESA DI SAN FRANCESCO Il convento di San Francesco d’Assisi è situato ai piedi del borgo ed è contornato dalla tipica selva autoctona . Il convento di Lugnano sarebbe stato fondato da San Francesco stesso, per volere della gente del luogo, proprio là ove il santo aveva operato un miracolo, davanti ai lugnanesi, mentre stava predicando. La storia racconta che un giorno Francesco mentre stava predicando ai numerosi lugnanesi accorsi ad ascoltarlo, un lupo ferocissimo ed affamato, sbucato dalla selva, si avventò su un bimbo di tre anni, allontanatosi dalla madre e lo stava trascinando verso la selva. Alle grida strazianti del bimbo e della madre, Francesco ordinò ad un branco di anatre di liberare il fanciullo, un anatra si avventandosi sul lupo e colpendolo agli occhi lo indusse a fuggire. Nella piccola ma splendida chiesa del convento costruita nel 1229 un anno prima della Basilica del Santo stesso in Assisi (1230)è ancora presente un affresco che rappresenta il miracolo. Un’instancabile lavoro dell’associazione San Francesco dal 1988 ad oggi ha fatto tornare a rendere fruibile a tutti questo gioiello. Il convento è stato poi ingrandito nel 1621 raggiungendo le attuali proporzioni, oggi è residence privato. CONVENTO DEI CAPPUCCINI Il convento di S. Antonio dei Cappuccini, immerso in un meraviglioso boschetto di cerri, domina dalla sua collinetta il paesaggio attorno al centro storico. Fu costruito con opere volontarie degli abitanti di Lugnano. La popolazione lavora per sei anni alla sua costruzione dal 1573 al 1579. I cappuccini restano a Lugnano fino al 1928. Oggi il Convento è stato restaurato ed ospita una struttura turistico-ricettiva. VILLA POGGIO GRAMIGNANOSulla sommita' di un poggio, in posizione dominante rispetto alla valle del Tevere, sono visibili i resti di una villa rustica del I sec. a.C. di notevole estensione. A partine dal II sec. a.C. gli aristocratici romani, dettero vita al concetto di villa, ossia dimora di campagna che era al tempo stesso azienda agricola di produzione. Nel 1988 in collaborazione con la Pro-Loco e il Comune di Lugnano il Prof. David Soren dell'Universita' dell'Arizona inizia gli scavi a Poggio Gramignano. La ricchezza e la complessità delle strutture rinvenute la bellezza e la qualità dei pavimenti in mosaico policromo, fanno ritenere che ci troviamo di fronte ad una grande villa agricola, fornita anche di un suo settore produttivo. Dagli scavi apparvero cosi centinaia di ossa di animali e minuscole ossa umane. Sembrava dunque che dopo essere stata abbandonata e andata in rovina nel corso del II sec. d.c, la villa fosse stata riutilizzata come cimitero probabilmente nel V sec. Cinque stanze di media e piccola dimensione, con le mura parzialmente crollate erano state riempite dal basso verso l'alto con sepolture di 47 bambini. I resti della villa sono illustrati da una documentazione storica pittorica e letteraria di prestigio internazionale edita da "L'Erma" di Bretschneider (Roma 1999, pp. 690) Opera di importanza fondamentale sul complesso archeologico di Lugnano in Teverina di, David e Noelle Soren "A Roman villa and a late Roman infant cemetery" il libro non solo dice l'ultima parola sulla villa di Poggio Gramignano, ma porta il monumento umbro sulla ribalta internazionale. I reperti rinvenuti sono conservati nel Museo civico, attualmente presso l’edificio polifunzionale denominato “La Fabbrica". LE TERMENei pressi del Tevere sgorgano le acque solfuree del "Castello di Ramici". Si tratta di acque sulfuree-salse e alcalino-terrose dalle numerose proprietà terapeutiche. Molte malattie croniche delle articolazioni, delle ossa e dei muscoli trovano in queste acque un efficace strumento terapeutico. Le proprieta' anti-infiammatorie delle acque del "Castello di Ramici" sono state documentate da vari studi. Grazie a queste proprietà i bagni con le acque sono estremamente efficaci per diverse patologie della pelle quali eczemi, dermatiti oppure malattie reumatiche. Si sono documentate proprietà terapeutiche anche per malattie infiammatorie dell'apparato genitale femminile o patologie venose degli arti inferiori. Non va dimenticata inoltre l’attività depurativa che possono esercitare sull'apparato digerente, sul fegato e sulle vie biliari se bevute. Possiamo affermare che queste acque rappresentino un validissimo strumento di prevenzione e di terapia, capaci di aumentare lo stato di benessere generale. Il luogo è raggiungibile in macchina percorrendo la strada per Attigliano oppure attraverso una strada di campagna prima imbrecciata e poi sterrata. Passando dalla fontana delle Morre si raggiungono le rovine del "Castello di Ramici". Il sentiero, che segue l'antico percorso che collegava Lugnano alla valle del Tevere, permette di spaziare sulla campagna circostante. Una volta giunti sul luogo, sulle sponde del Tevere, ci si trova alla sorgente dove l'acqua sgorga da una fontana a 15 gradi impregnando l'aria dell'odore di zolfo. Una grande vasca divisa da un ruscello artificiale raccoglie l'acqua che sgorga dalla fontana. La vasca permette l'immersione per godere dei benefici dell'acqua grazie anche ad un blocco per i servizi igienici. Intorno alla vasca una serie di passerelle in legno con staccionate si inseriscono in un percorso naturalistico basato sulla caratteristica vegetazione locale inserita in una delle più belle valli del Tevere, tra le sponde del fiume e con alle spalle i caratteristici calanchi argillosi. La struttura è completata da un'area parcheggi e da una per la sosta di cavalli. LA “ EX FABBRICA” CENTRO MUSEALE RICREATIVO CULTURALE La Fabbrica può considerarsi il simbolo o memoria dell'economia agricola e dei tentativi di industrializzazione di Lugnano. Fu costruita, su disegno dell'Ingegner Paolo Zampi di Orvieto, nei primi anni del 1900 probabilmente dal conte Giovanni Vannicelli-Casoni. La struttura è caratterizzata dalla tipica architettura industriale dell'epoca. Venne utilizzata dal conte Filippo Vannicelli, intorno al 1920, per una industria per la fabbricazione di lampadine, denominata Helios, liquidata nel 1922. Successivamente ospita una mola e un pastificio, dotato di generatori di corrente, per breve durata anch'esso. Con il fallimento dei Vannicelli passa di proprietà ad Ottorino Pimpinelli, poi al Santori che la utilizzano come centro agricolo: mola dell'olio, cantina, deposito di frumenti e cereali. Così la utilizza anche il successivo proprietario, la RAS. Negli anni '90 viene acquistata dal Comune di Lugnano e con un progetto a scopo prevalentemente culturale viene parzialmente ristrutturata. La fabbrica divenuto il centro culturale, ricreativo e di promozione turistica del paese, Accoglie il museo archeologico della Villa romana di Poggio Gramignano, villa rustica del I sec. A.C. ; il ricco archivio storico e notarile di Lugnano di cui fa parte l'antico statuto comunale, lo "Statuta Communitatis Terrae Lugnani" del 1508; Il museo della GRANDE GUERRA, situato nella sala più grande al piano sottostrada la ricca collezione dedicata a all'evento bellico più importante della storia italiana, di recente creazione ed in continuo rinnovamento sta divenendo un importante punto di riferimento per scuole ed appassionati. La Fabbrica dispone anche di sala per mostre, sala conferenze ed uno spazio dedicato a rassegne e laboratori di teatro, danza e musica, denominato “Spazio Fabbrica”. LA COLLEZIONE MONDIALE DEGLI OLIVI DI LUGNANO IN TEVERINA Il Campo Collezione di Lugnano in Teverina comprende oltre 300 accessioni di olivo (Olea europaea L., sottospecie europaea, var. europaea), rappresentate da varietà provenienti dai paesi olivicoli del Mediterraneo, del Medio Oriente e delle nuove aree di coltivazione. Le varietà derivano da una più vasta collezione di germoplasma raccolta e conservata a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo (CNR-ISAFOM) di Perugia. Il CNR - Istituto di Bioscienze e Biorisorse (CNR-IBBR) di Perugia ha contribuito alla loro caratterizzazione, genetica, morfologica e bio-agronomica. Le marze utilizzate per gli innesti provengono dalla collezione della Provincia Regionale di Enna, a Pergusa (EN), dove le principali varietà della collezione CNR sono replicate in campo dal 2004. Questa collezione, oltre alla conservazione del germoplasma, è destinata alla sua valutazione biologica ed agronomica e come fonte di variabilità per il miglioramento genetico. Essa rappresenta un primo nucleo di raccolta, che sarà arricchito nei prossimi anni con altre varietà, specie e sottospecie affini all’olivo.CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA o COLLEGIATADedicata a S. Maria Assunta, è sicuramente l’edificio di culto più importante, sia per il suo pregio artistico ed architettonico, che per il suo alto valore simbolico, manifestazione di straordinaria ricchezza e vitalità della cultura religiosa di una piccola comunità medievale. Armonicamente inserita all’interno del tessuto urbano, è considerata da alcuni un prodotto completamente locale, di origine autoctona, che nasce dall’idea e dalla cultura degli abitanti di Lugnano, da sempre centro di arrivo e di permanenza di gente da ogni parte d’Italia. Il Marchese Giovanni Eroli, Regio Ispettore delle Antichità, nella sua monografia del 1903, afferma che la chiesa fu costruita nell’XI sec., salvo che per la facciata, edificata nel XII, in base a quelli che sono i caratteri dell’architettura sacra del periodo, elencati in un quadro sinottico del Bourassé. La facciata, realizzata da blocchi di travertino locale perfettamente squadrati, è ornata da un portico che presenta una copertura a semivolta, sostenuta da costoloni semicircolari, eseguiti interamente in pietra. L’architettura interna con un’articolazione dello spazio su tre livelli – cripta, navata e presbiterio – profitta sicuramente di contributi lombardi, la cui presenza sul territorio è attestata da fonti storiche. La copertura a volta della navata centrale, realizza lo totale continuità muraria della struttura ed offre l’immagine di un vano avvolgente e massivo, sviluppato in profondità e plasticamente scandito da una duplice fila di quattro colonne massicce, poco rastremate e prive di entasi, poggiate su basamenti quadrangolari e congiunte da archi a tutto sesto.

Comune di Montecchio

Montecchio tra passato e presente Monteccchio, a 25 Km da orvieto al di là del Tevere, si trova sotto il Monte Croce di Serra (999s.m.l.) dal quale nelle giornate più limpide, si scorgono i primi insediamenti urbani di Roma. Il Paese ha interessanti trascorsi storici venuti alla luce negli anni 80 quando in località Fosso San Lorenzo è stata rinvenuta una necropoli umbro-etrusca di vaste dimensioni. Qui la presenza romana è attestata da rinvenimenti di vasellame, oggetti metallici e da alcune tombe. Intorno all'XI sec. fu costruito il primo nucleo del castello, il cui territorio appartenenva al comune di Todi. A Montecchio e nelle sue frazioni di Melezzole e Tenaglie, si trova tutto ciò che di caratteristico ci si può attendere dai piccoli paesi di origine medioevale: dall'urbanistica tipica dei castelli e dei borghi con vicoli e piazzette tra case e storia centenaria, alle tradizioni culturali e ricreative come il Corteo Storico del Venerdì Santo, le cene medioevali di agosto e le sagre paesane “dei pasticceri”, “del cinghiale” e della “Castagna”. Proprio perchè così legato alla storia dei suoi avi, Montecchio presenta uno dei centri storici meglio conservati del circondario orvietano, ciò grazie sia all'impegno dei suoi cittadini privati, sia a quello dell'amministrazione comunale. La Natura pressocché intatta del territorio ha favorito l'insediamento di interessanti strutture turistiche con valenza ecologica (sentieristica di montagna ed aree pic nic), residenziale (centro di salute Marc Mességue a Melezzole) e gastronomica come aziende agrituristiche, trattorie e ristoranti tipici di buona qualità nei quali è possibile degustare prodotti tipici locali come cacciagione e funghi. E' facile intuire come Montecchio sia un paese da “visitare”, un paese genuino, non ultimo anche per l'ospitalità della sua gente. Beni culturaliA sud-est troviamo un imponente porta, un tempo l'unico ingresso al Castello, formata da un arco a tutto sesto e sormontata da una torre. Poco più avatni una seconda porta conduce al primo nucleo del castello. Nel centro sotrico è collocata la Chiesa Parrocchiale di Santa maria anteriore al 1400.. La facciata ha subito diverse trasformazioni, in origine era costituita da una sola navata e l'odierno campanile fu aggiunto solo nel 1616, all'interno grandi tele con episodi rgiuardanti le confraternite. A pochi chilometri dal centro abitato si trovano i Ruderi del castello di Carnano la cui storia è legata a quella dei Signori di Baschi che qui estendevano il loro dominio. L'imponente castello dominante la profonda valle sottostante, fu ultimato nel 1400. Nel 1553, dopo la strage fra consanguinei, il legato pontificio di perugia ne ordinò il saccheggio e la demolizione. Di esso restano brani del muro di cinta e l'abside della Chiesa di Santa Maria. Parco archeologico ambientale Vallone San LorenzoNgli anni '80 è stata rinvenuta, in località Fosso San Lorenzo, una necropoli umbro-etrusca (databile tra il VII ed il VI sec a.C.) di castissime dimensioni. Circa 3000 tombe a supporre l'esistenza di un grandissimo centro, ancora non individuato, nelle vicinanze del fiume Tevere, ove probabilmente avvenivano scambi commerciali tra Etruschi ed Italici. Alle tombe ricavate internamente nella roccia, si può accedere tramite un breve corridoio a cielo aperto il “dromos”; costituite da camere quadrangolari le tombe presentano una banchina continua su tre lati, mentre le disposizioni si sono succedute nel corso del tempo con la sovrapposizione dei cadaveri. I corredi funerari erano costituiti da fibule, anelli, lance, spade, vasellame e buccheri. L'area della necropoli, è stata recentemente oggetto di un'opera di valorizzazione che ha permesso di creare sentieri, servizi e documentazione sul luogo. I reperti rinvenuti sono visitabili presso l'Antiqarium di Tenaglie. TenaglieIl piccolo borgo di Tenaglie è dominato da un imponente palazzo costruito negli ultimi tra anni del '600 sulle basi di un vecchio castello medioevale, dalla nobile famiglia Ancajani. Alla morte degli Ancajani si sono susseguiti diversi proprietari fino ad arrivare agli attuali i quali hanno ristrutturato la dimora e l'antico edificio rirale, ora sede ddella “Mostra della civiltà contadina”. La Mostra è una raccolta con restauro ed esposizione di oggetti vari costruiti in epoche ormai remote, provenienti per la maggior parte dalle campagne e dai piccoli centri urbani dell'Umbria. La mostra rimane aperta per il pubblico l'ultima domenica di ogni mese. MelezzoleTutto in pietra, dagli edifici alla pavimentazione urbana, Melezzole si presenta come il classico castello medioevale a pianta circolare. Il torrione ancora esistente, presenta l'Aquila Tuderte collocata nel 1557. La Chiesa Parrocchiale di San Biagio ha orgini molto antiche ed è stata restaurata nel 1624. Il borgo di Melezzole è circondato da fitti boschi, fondando la sua economia sui prodotti della montagna e sull'agricoltura di qualità. Coltura tipica è la castagna, ed è il castagneto che disegna il paesaggio circostante, spaglio e lunare in inverno, vivido in primavera ed estate, meraviglioso in autunno quando i particolari colori della macchia mediterranea dipingono con i toni dell'arancio e del rosso i crinali circostanti.

Comune di Penna in Teverina

Penna in Teverina: antico insediamento altomedioevale situato su un rilievo in prossimità del fiume Tevere. Luogo dalla millenaria tradizione, nel corso del tempo ha saputo crescere e migliorarsi, ponendo sempre particolare attenzione nei confronti del proprio passato e cura alla conservazione del paesaggio, che lo qualifica come una delle perle dell’Umbria. “Penna” deriva dal latino pinna, che significa cima, altura, cocuzzolo. Il paese sorge in cima ad una collina che domina la valle del fiume Tevere. Per questo nel 1861, con l’Unità di’Italia, venne aggiunto “In Teverina”. Penna in Teverina, conta, attualmente 1128 abitanti, è situata sul crinale di un colle che si eleva a m 302 s.l.m. La parte antica, si estende lungo una terrazza naturale che si affaccia sulla valle del Tevere. Il dolce declivio rende questo territorio, per la sua esposizione “a petto di sole”, particolarmente indicato alla coltura della vite e alla produzione di vini DOC. Il comune confina con i territori di Amelia, Giove ed Orte, dal quale è separata dal Tevere ed è proprio a ridosso del fiume che nacque il primo nucleo abitativo, in località Penna Vecchia, alla confluenza del Rio Grande con il fiume Tevere, in località Castiglioni, sono emerse rilevanti tracce archeologiche di epoca romana. Il vicino porto di Seripola veniva usato per imbarcare verso Roma olio e vino prodotto da questi territori (Amelia, Giove, Penna in Teverina), ma anche mattoni e terrecotte prodotte dalle varie fornaci presenti soprattutto nei territori limitrofi. La piacevolezza del paesaggio stimolò anche un flusso in senso inverso, tanto che importanti cittadini dell’Urbe costruirono qui le loro ville.I primi documenti storici riguardanti il borgo risalgono al XI sec. Diverse vicissitudini politiche lo resero partecipe, insieme agli altri castelli della zona, di domini e contese. Feudo della famiglia Orsini sin dal XIII sec., venne affidato dai Colonna alla giurisdizione di Amelia nel 1492. Di nuovo sotto gli Orsini che lo tennero fino all’estinzione del loro casato nel 1797. Alla fine del XVIII sec. Attraverso varie vendite la proprieà andò ai Marchesi del Gallo di Roccagiovine. Nel frattempo, lo Stato della Chiesa aveva abolito il regime feudatario e le cariche amministrative esistenti si trasformarono in Amministrazioni Comunali. Nel 1860 anche Penna entra a far parte del Regno d’Italia. La visita al centro storico offre diversi motivi d’interesse storico-artistico: rimane abbastanza intatto l’impianto urbano medievale con pregevoli inserti quattrocenteschi. Molto suggestivo il segnale lasciato dalla famiglia Orsini, che ha dato al centro urbano una delicata impronta rinascimentale. Nella piazza S. Valentino, centro del borgo, si trovano il cinquecentesco Palazzo del Governatore e la Chiesa di santa Maria della Neve. La Porta Civica, ingresso principale al centro storico, presenta ai fianchi “i sedili del popolo”, caratteristici di molti borghi medievali. Palazzo Orsini, bellissimo edificio a pianta rettangolare, conserva un giardino del 1500, l’ingresso è caratterizzato dalle cosiddette “Quattro Stagioni”, colonne allegoriche in travertino di fattura settecentesca. Lungo la strada che porta a Penna in Teverina si possono ammirare le due statue dei Mammalucchi, gigantesche figure allegoriche opera di Pino Logorio ideatore dei giardini di Villa d’Este di Tivoli e delle fantastiche figurazioni del Sacro Bosco di Bomarzo.

Comune di Narni

Cenni storiciLa zona del narnese fu abitata fin dal paleolitico e dal neolitico, come testimoniano i ritrovamenti avvenuti in alcune grotte.Il primo insediamento storico è quello degli Umbri che chiamano la città Nequinum; quindi nel 300 a.C. divenne al centro degli interessi di Roma, che la fece assediare con il console Quinto Appuleio Pansa ottenendo tuttavia risultati infruttuosi vista la sua impervia posizione. Ci volle oltre un anno per compiere l'impresa, avvenuta nel 299 a.C. grazie al tradimento di due persone locali che permisero ai Romani l'ingresso tra le mura. Divenne così colonia romana col nome latino di Narnia, dal fiume Nar che scorre ai suoi piedi. Non si hanno molte notizie relative a quel periodo, si pensa però che la città potesse aver avuto un ruolo di una certa importanza durante il corso della prima e della seconda Guerre Puniche. Lungo il fiume Nera, nei pressi della frazione di Stifone, dove anticamente si trovava il porto della città romana, è stato infatti recentemente individuato il sito archeologico di quello che appare come un cantiere navale romano. Dell'antica navigabilità del fiume Nera si hanno peraltro notizie su Strabone e Tacito. Noto il passo in cui il console Gneo Calpurnio Pisone, nel 19, decise di imbarcarsi a Narni con la moglie Plancina al fine di raggiungere Roma senza destare sospetti. Divenne Municipium nel 90 a.C. Narnia, colonia di diritto latino, si sovrappone al precedente insediamento e conferma il suo ruolo territoriale: tappa obbligata lungo la Flaminia, che forse ne costituita l'ossatura viaria urbana dalla piazza Cavour alla piazza Galeotto Marzio, con la ristrutturazione viaria augustea diviene punto di partenza del diverticolo orientale per Terni e Spoleto. La crescita successiva si giustappone a questo nucleo originario (tuttora riconoscibile per il reticolo ortogonale) imperniandosi sulla Cattedrale, innalzata (secolo XII) immediatamente fuori del perimetro murato antico che viene ampliato per includere il polo religioso. L'urbanistica medievale disegna un impianto irregolare, che progressivamente occupa il colle avendo come cerniera l'odierna piazza Garibaldi. Oltre l'arco del Vescovo (antico ingresso in città della Flaminia) si forma il terziere di Fraporta, mentre la successiva espansione a sud da luogo al 'nuovo' terziere di Mezule. Dopo la caduta dell' Impero Romano Narni si trovava in traiettoria rispetto alle mire di conquista delle orde barbariche dirette a Roma, e vide quindi smantellate le proprie mura (545 d.C.) ad opera di Totila, re dei Goti. Succedutisi ai Goti i Longobardi e costituitosi il grande Ducato di Spoleto, che si estendeva fino al Lazio, la città diventò una fortezza di confine tra il potente Ducato e lo stato romano. Alternativamente persa e riconquistata dai Duchi di Spoleto ed appartenuta per un breve periodo ai beni della Contessa Matilde di Canossa, nel 741 la città viene assegnata dai Franchi allo Stato della Chiesa.A partire dall’XI secolo la città medievale (che si ribellerà nel 1112 a papa Pasquale II, nel 1167 a Federico Barbarossa, e nel 1242 schiererà con Roma e Perugia contro l'impero) proietta la sua influenza territoriale su San Gemini, Stroncone, Calvi, Otricoli e Castiglione (l'antico -Castellum Amerinum-) presso il Tevere (qui, entrava in Umbria la Via Amerina). Le trasformazioni sono radicali: la Platea Major sostituisce il foro romano, si costruiscono i grandi edifici civili e religiosi come il Palazzo del Podestà, il Palazzo dei Priori, la Cattedrale di San Giovenale, le chiesa di Santa Maria Impensole, San Domenico e Sant' Agostino decorate con opere di artisti di fama quali Benozzo Gozzoli, il Vecchietta, Pier Matteo d'Amelia, lo Spagna. Nel XIV secolo Narni entra a far parte dei territori controllati dal papato perdendo così la sua indipendenza, e sotto il pontificato di Gregorio XI viene costruita dal cardinale Albornoz un’imponente Rocca che la domina dall’alto. Con la perdita dell’autonomia politica inizia la decadenza economica e culturale in cui si inserisce l’episodio del sacco dei Lanzichenecchi (17 luglio 1527) e la peste che questi si portarono al seguito; la città non fu distrutta, ma le perdite umane furono notevoli. L'abitato risorge ridimensionato e non conosce più significativi aggiornamenti neppure formali. La Rivoluzione Francese e le sue armate mutano completamente il vecchio ordinamento in Italia: nel 1789 Narni fa parte della prima Repubblica Romana, caduta la quale viene restaurato il dominio pontificio. Durante il periodo rivoluzionario e napoleonico Narni torna quindi a seguire le sorti dello Stato Pontificio, successivamente annesso all'impero Francese. Dopo il 1814 la Restaurazione cerca di rafforzare le vecchie strutture e l'ordinamento dello stato, ma i nuovi fermenti non vengono meno; nel 1831 Narni si unisce all'effimera rivolta contro Gregorio XVI. Nel 1849 la seconda Repubblica Romana accende speranze ed illusioni, e la progressiva evoluzione risorgimentale, cui partecipano in larga misura patrioti narnesi, conduce all'annessione dell'Umbria all'italia, formatasi nel 1859-60. Il 23 settembre 1860, dopo che il 21 dello stesso mese la città era stata occupata dalle truppe italiane, si arrende la Rocca, mettendo così il suggello definitivo ad un periodo di storia. Comincia una nuova vita e nascono i primi insediamenti industriali, favoriti dall'abbondanza di acqua del fondovalle. Molti narnesi partecipano alla prima guerra mondiale e i caduti vengono ricordati dal monumento eretto nel 1927 su un torrione edificato nei pressi della attuale Porta Ternana. Anche a Narni il primo dopoguerra fa sentire i disagi socio-politici che portarono all'affermazione del regime fascista. La seconda guerra mondiale causa distruzioni di edifici, ponti e stabilimenti industriali prima della liberazione dei 13 giugno 1944. Successivamente la città si sviluppa come parte fondamentale del polo industriale ternano, elemento questo che ha condizionato e condiziona tuttora la vita economica. In questo periodo nascono e si sviluppano le prime grandi industrie narnesi che trasformano rapidamente le strutture economiche, culturali e sociali incidendo profondamente anche sul paesaggio.Il nome e il luogoAll’inizio, in antichità, fu Nequinum, nome che evoca incerte vicende, rudezze e malvagità. Poi, in epoca romana Narnia e ancora Narniam, Narne, Nargni, Nargie e Nargni e fino all’attuale Narni. Il “giro” intorno al nome la dice lunga sulla storia del luogo. Città di antica fondazione trova una sua definita identità, come colonia e poi municipio in epoca romana. Sorge su uno sperone a dominio della gola del Nera e della conca ternana, in sito di difficile accesso per l'asperità dei versanti che ne condizionarono forma e sviluppo urbano. In prossimità del confine tra Umbria e Lazio, fu nodo stradale di fondamentale importanza per il controllo della viabilità tra Roma e l'Adriatico, legando per secoli a tale ruolo le sue fortune e subendo per questo assedi e distruzioni. L'abitato ha forma allungata, costretta dalla morfologia del colle, e un impianto articolato che ne denuncia le fasi formative: da quella umbra e romana del settore settentrionale (il terziere di S. Maria), regolare nel reticolo viario innervato dall'asse urbano della Flaminia, a quella medievale (secoli XI-XIV) che progressivamente ha occupato il monte con la formazione dei terzieri di Fraporta e di Mezule: sulla sommità, separata dalla città, la Rocca albornoziana, simbolo del potere papale. Ricco di stratificazioni, il tessuto edilizio del centro storico è l'esito dell'ampia ricostruzione seguita al sacco dei Lanzichenecchi (1527), che mostra, nella diffusa qualità urbana, il tono un po dimesso delle città pontificie sei-settecentesche ridimensionate a un ruolo culturalmente e politicamente periferico. Libero comune in età medioevale sarà poi a lungo incorporata dello Stato della Chiesa ritrovando una sua autonoma identità con l’unità d’Italia. La città moderna (Narni Scalo) si e formata come nucleo distinto e separato nel piano sottostante, dove hanno esercitato potere di attrazione il fiume e la ferrovia. Si sviluppa con la stagione dell’industria alla fine dell’Ottocento (prima una conceria, una vetreria ed una fabbrica di caucciù e guttaperca, poi la fabbrica innovativa del Linoleum, poi i carboni elettrici e la chimica. Il luogo testimonia una lunga storia di innovazioni.Non si conosce con certezza quando la città di Narnia cambiò il suo nome in Narni, ma probabilmente questo avvenne gradualmente nel tempo a partire dal XIII secolo per poi divenire effettivo dopo la rivoluzione francese, anche se fino alla fine del XIX secolo si trovavano ancora nelle lapidi e negli scritti ufficiali iscrizioni con l'antico nome di Narnia.Lo scrittore Walter Hooper ha anche trattato diverse volte nei suoi libri le origini del nome "Narnia" come si nota ad esempio a pagina 306 del suo libro scritto a quattro mani con Roger Lancelyn Green C.S. Lewis: A Biography, pubblicato nel 2002. Eccone un estratto che riporta per intero quanto detto dallo scrittore C.S. Lewis a Hooper:"quando Walter Hooper chiese a C.S. Lewis dove aveva trovato la parola Narnia, Lewis gli mostrò il suo Atlante Murray's Small Classical Atlas, ed. G.B. Grundy (1904), che aveva comprato quando stava leggendo i classici con il suo istitutore Kirkpatrick presso Great Bookham [1914-1917]. A pagina 8 di questo atlante c'è una mappa dell'Italia con le iscrizioni in lingua latina. Lewis aveva sottolineato il nome di una piccola città chiamata Narnia, semplicemente perché amava il suono di questa parola. Narnia o "Narni" in Italiano, si trova in Umbria, a metà strada tra Roma ed Assisi."In tempi più recenti la città è stata riconosciuta "Centro Geografico d'Italia" in seguito agli studi ed ai rilevamenti effettuati dall'istituto Geografico Militare.Lo stemmaUna leggenda narnese vuole che, in epoca medievale, nel territorio tra Narni e Perugia ci fosse un Grifone, contro il quale le due città, tra loro in guerra, si erano coalizzate per abbatterlo, una volta ucciso come trofeo Perugia si tenne le ossa del Grifone (bianca) e Narni la pelle (rossa). Per questo il Grifone di Perugia è bianco e quello di Narni è rosso.Lo stemma della città di Narni, concesso con D.P.R. del 12 ottobre 1951, ha la seguente blasonatura: «d'argento al grifo di rosso, linguato dello stesso.»Personaggi illustriNarni è anche ricordata per aver dato i natali ad importanti personalità quali Erasmo Gattamelata (1370-1443), noto capitano di ventura al servizio della Repubblica di Venezia, Caterina Franceschi Ferrucci (1803-1887), finissima letterata apprezzata persino da Leopardi e Gioberti, Cocceio Nerva (31-98), uomo politico di grande virtù, valente giurista ed imperatore per un breve lasso di tempo la Beata Lucia Broccadelli (1476-1544) e Galeotto Marzio (1427-1497), umanista, medico ed astronomo. Ed ancora Berardo Eroli e Cassio da Narni. Da sempre meta ambita per artisti e pensatori, nel Rinascimento fu fonte di ispirazione per personaggi quali il Rossellino, il Ghirlandaio, il Gozzoli, il Vecchietta, lo Spagna e Antoniazzo Romano.Agli inizi del 1600 altri artisti illustri parteciparono alla ricostruzione di Chiese e Palazzi. Tra questi il Vignola, Lo Scalza, gli Zuccari ed il Sangallo. Nel 1664 fu fondata la Biblioteca Comunale.

Comune di Orvieto

Orvieto sorge su una rupe di tufo tra i 280 (Piazza Cahen) - 325 (S. Francesco) m s.l.m., che domina la valle del fiume Paglia, affluente di destra del Tevere e che proprio sotto la città riceve da sinistra il Chiani, la Chiana Romana proveniente dalla Valdichiana. Questa enorme mesa tufacea, che si erge dai venti ai cinquanta metri dal piano della campagna, si deve al collasso di ground sourge (nubi e valanghe ardenti) dall'attività quaternaria dei vulcani del sistema Volsinio, relitto nella caldera che ospita il lago vulcanico maggiore d'Europa, quello di Bolsena. Con 281 km² di superficie, è uno dei cinquanta comuni più estesi d'Italia. Il punto più alto è il monte Peglia (837 m s.l.m.), al confine con il comune di San Venanzo. Il territorio di Orvieto è parte della Comunità Montana Monte Peglia e Selva di Meana e parte di esso insiste nel Parco fluviale del Tevere. L'origine di Orvieto risale ad epoche molto lontane, quando lo scenario geologico che caratterizzava l'intera parte centrale della penisola italiana era quello di una grande distesa di acqua che con gli anni vide affiorare da questo immenso e unico mare parti di terra. In queste terre emerse si svilupparono diversi sistemi vulcanici e, con ogni probabilità, la fragorosa azione di alcuni di essi generò sparsi ed enormi ammassi di roccia. Si ritiene che la odierna rupe su cui oggi si erge la città di Orvieto sia proprio uno di questi grandi ammassi di roccia tufacea scagliato, secondo alcune ipotesi, dal grande cratere che oggi è "riempito" dal vicino Lago di Bolsena e con gli anni erosa e modellata dall'acqua. Studi geologici hanno sottolineato che il materiale che compone la rupe della città è di origine vulcanica ed ha diversi tipi di consistenza, alcuni punti più solidi altri meno solidi. Ciò ha anche permesso all'uomo di "lavorare" e modificare questi materiali creando delle cavità, come testimoniano oggi la consistente presenza di antiche grotte, cunicoli e pozzi in passato utilizzati come luoghi per il riparo, "butti" e come luoghi per l'allevamento di volatili.CATTEDRALE DI SANTA MARIA ASSUNTA La cattedrale di Santa Maria Assunta è il principale luogo di culto cattolico di Orvieto, in provincia di Terni, chiesa madre della diocesi di Orvieto-Todi e capolavoro dell'architettura gotica dell'Italia Centrale. Nel gennaio del 1889 papa Leone XIII l'ha elevata alla dignità di basilica minore. La costruzione della chiesa fu avviata nel 1290 per volontà di papa Niccolò IV, allo scopo di dare degna collocazione al Corporale del miracolo di Bolsena. Disegnato in stile romanico da un artista sconosciuto (probabilmente Arnolfo di Cambio), in principio la direzione dei lavori fu affidata a fra Bevignate da Perugia a cui succedette ben presto, prima della fine del secolo, Giovanni di Uguccione, che introdusse le prime forme gotiche. Ai primi anni del Trecento lo scultore e architetto senese Lorenzo Maitani assunse il ruolo di capomastro dell'opera. Questi ampliò in forme gotiche l'abside e il transetto e determinò, pur non terminandola, l'aspetto della facciata che vediamo ancora oggi. Alla morte del Maitani, avvenuta nel 1330, i lavori erano tutt'altro che conclusi. Il ruolo di capomastro venne assunto da vari architetti-scultori che si succedettero nel corso degli anni, spesso per brevi periodi. Nel 1350-1356 venne costruita la Cappella del Corporale. Nel 1408-1444 venne costruita la Cappella di San Brizio, affrescata però solo più tardi (1447-1504). Anche i lavori della facciata si protrassero negli anni, fino ad essere completati solo nella seconda metà del 1500 da Ippolito Scalza, che costruì 3 delle 4 guglie della facciata. Il Duomo è da sempre intitolato alla Madonna Assunta, ed è provvisto di cinque campane rinascimentali in tonalità di Mi bemolle.IL POZZO DI SAN PATRIZIO Il Pozzo di San Patrizio è una struttura costruita da Antonio da Sangallo il Giovane a Orvieto, tra il 1527 e il 1537, per volere del papa Clemente VII, reduce dal Sacco di Roma e desideroso di tutelarsi in caso di assedio della città in cui si era ritirato. I lavori del pozzo – progettato per fornire acqua in caso di calamità o assedio – furono conclusi durante il papato di Paolo III Farnese (1534-1549). L'accesso al pozzo, capolavoro di ingegneria, è garantito da due rampe elicoidali a senso unico, completamente autonome e servite da due diverse porte, che consentivano di trasportare con i muli l'acqua estratta, senza ostacolarsi e senza dover ricorrere all'unica via che saliva al paese dal fondovalle.

Comune di Amelia

Non si conosce esattamente la data in cui Amelia divenne Comune, è storicamente accertato tuttavia che la città combatté una guerra di comuni a fianco di Todi e Foligno contro Perugia, Orvieto e Gubbio nel 1065. Pertanto si può affermare che all’epoca la città aveva una consistente organizzazione comunale. Preposti alla reggenza del Comune erano i Consoli (due o quattro), che venivano eletti tra gli uomini più rappresentativi della città. Nel 1208 innanzi all’Abbazia di San Secondo fu stipulato un trattato di pace con Todi, che questa ultima interpretò come una vera e propria sottomissione della città, il cui controllo sarebbe stato determinante per allontanare l’ingerenza di Orvieto, suo acerrimo nemico. Nell’ambito della lotta tra Papato ed Impero la città di Amelia, a causa della propensione nei confronti della Chiesa, subì nel 1240 un saccheggio ad opera delle truppe di Federico II. Seguì la decadenza del Comune e il suo coinvolgimento nelle dispute tra Guelfi e Ghibellini.Intorno alla metà del XIV la politica della città fu influenzata dal Cardinale Egidio di Albornoz, il quale riuscì a togliere diversi gravosi oneri che Amelia aveva nei confronti di Todi ed operò ritocchi alla Riformanze conservate nell’archivio storico comunale insieme agli altri codici e agli Statuti, esempi di arte legislativa che dimostrano quanto fosse reso funzionale l’ordinamento comunale. Tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo Amelia incappò in un periodo di tremenda carestia, i cui effetti furono aggravati dai tributi imposti da Roma. L’11 novembre 1417 fu eletto Papa il Cardinale Ottone Colonna (Martino V), il quale avendo frequentato Amelia confermò i suoi privilegi verso la città la quale, da ciò confortata, iniziò a riprendersi. Nel 1426 San Bernardino da Siena predicò in Amelia contro la bestemmia e l’usura. Amelia, pur condizionata essenzialmente dallo Stato della Chiesa, continuava con alacrità a difendere i criteri di autonomia e di libertà comunale, incoraggiata dagli auspici di un illustra amerino, Mons. Angelo Geraldini. Nel 1476 Papa Sisto IV, allontanandosi da Roma dove infieriva la peste, fu ospitato ad Amelia dai Geraldini.

Comune di Otricoli

Otricoli: un territorio ricco di… archeologia, arte, natura e sapori. Cresciuto grazie all’influenza Romana, deve il suo nome al termine Ocriculum (piccola rocca – monte sassoso) che ne identifica pienamente la sua struttura paesagistica attuale: si erge infatti su un terrazzamento che gli permette di assumere il caratteristico aspetto di una tipica rocca medievale. Il paese, in epoca antica, era un importante nodo strategico, dedicato sia agli scambi commerciali, sia ai rifornimenti ed al ristoro, sia allo scambio di comunicazioni tramite messaggi postali ( era un’importante stazione sulla via Flaminia). Durante la seconda guerra mondiale, il teatro Otricolano fu punto geografico di un’importante battaglia ( lo scontro risale al 1943). Otricoli e la storia quindi, sono un connubio ben definito e ben visibile! Notevole è il suo Parco Archeologico. Il Parco Archeologico Otricolano è visibile oggi nella piana sottostane il paese ( in principio era sulle alture, ma poi venne spostato per permettere la creazione di un porto vicino al fiume Tevere) dove sono visibili i resti degli edifici. Oltre all’area archeologica all’area aperta, nel comune di Otricoli sono visibili due musei ( chiamati Antiquarium ) dove sono conservati e resi visibili reperti archeologici della vita che si svolgeva a quei tempi: vasi, once, calchi di divinità. Gli Antiquarum sono rispettivamente quello Comunale e quello di Casale San Fulgenzio, ed in ognuno sono visibili reperti diversi. Otricoli dunque, si presenta bene! Ricca da vedere e da ammirare. Tra le altre cose per cui il posto è gettonato possiamo enunciare l’Infiorata del Corpus Domini ( si verifica circa quaranta giorni dopo Pasqua), la rassegna teatrale collegata all’evento stesso e la sagra dei prodotti tipici Otricolani. Altre cose belle da vedere si trovano nella vicina frazione di Poggio. Poggio è un paesino piccolissimo ( poco più di 400 i residenti ) ma dove è possibile ammirare diversi reperti medievali. Il Parco Archeologico Ocriculum L’area archeologica di Ocriculum rappresenta certamente, per le sue dimensioni, per lo stato di conservazione e le caratteristiche dei suoi monumenti e per la ricchezza dei materiali rinvenuti durante gli scavi, uno dei centri più importanti non solo dell’Umbria ma dell’Italia. I resti dell’antica città romana, lambita da un’ansa del biondo Tevere, sono inseriti in un paesaggio naturale di notevole bellezza per la varietà delle culture e per l’aspetto collinare del terreno, formando un complesso unico dal punto di vista storico, archeologico e ambientale. Il fascino e la bellezza di quest’area richiamano ogni anno turisti, come voi, e di frequente è animata dai ragazzi delle scuole che, grazie a particolari attività didattiche, hanno qui il loro primo approccio con l’archeologia, l’arte e con le tradizioni dei luoghi in cui vivono. Ocriculum … una perfetta sintesi di archeologia e natura rimasta immutata nei secoli. Poggio di Otricoli Poggio di Otricoli, situato su un altura a 387 m. sul livello del mare, sotto il Monte S. Pancrazio (1027 m.), è un piccolo ma delizioso paese dell’Umbria meridionale, affacciato alla valle del Tevere e all’alta Sabina. Dall’alto del borgo si può dominare con lo sguardo l’intera vallata, andando così oltre i confini geografici con il vicino Lazio. Il toponimo “Poggio” è molto frequente in questa zona d’Italia, come testimoniano altri luoghi del territorio sia nel Lazio, come Poggio Bustone e Poggio Fidoni, sia nel resto dell’Umbria come Poggiodomo, ed è per questo che in passato era conosciuto con il nome di Poggio di Narni o anche Poggio di mezzo, così da distinguerlo dagli altri numerosi omonimi. Il paese rappresenta un tipico esempio di fortificazione con pianta “a nocciolo” compatto ed è attraversato da due vie principali, intorno alle quali si sviluppa l’intero l’abitato. Esse sono la via Maestra, che dalla rocca scende fino alla piazza di S. Nicola e la via della Rocca in cui si trova la cosiddetta Loggia degli innamorati.

Comune di Avigliano Umbro

Avigliano Umbro è situato su una collina a 441 metri s.l.m. Intorno è possibile ammirare una cornice di monti e di boschi di rara bellezza. Il suo territorio venne definito nel 1975 allorchè si costituì in comune autonomo separandosi da Montecastrilli. Sorge sul colle di San Rocco e fu abitato sin dall'antichità : recenti scoperte nella Grotta Bella di Santa Restituta testimoniano insediamenti umani risalenti al neolitico. Ubicato, in epoca romana, lungo l'antica via Amerina, durante il medioevo fu importante centro delle Terre Arnolfe, citato anche nel Registro dell'Abbazia di Farfa. In seguito al dissolvimento della signoria degli Arnolfi (secolo XII) cadde sotto il dominio di Todi. Del vecchio castello feudale si possono ancora ammirare la cinta muraria, un possente torrione cilindrico e la porta d'ingresso (Porta Vecchia) sovrastata dall'aquila, stemma della città di Todi con le ali aperte, su cui figurano due aquilotti, che rappresentano le città sottomesse di Amelia e Terni.La chiesa parrocchiale della SS. Trinità , costruita nella prima metà del XVII secolo, contiene al suo interno pregevoli affreschi attribuiti a Bartolomeo Barbiani da Montepulciano e una tela di notevole valore del Polinori, che rappresenta la Madonna del Rosario con Bambino, Santi e Misteri. Caratteristico il suo teatro stile liberty, costruito nel 1928 per iniziativa di un gruppo di cittadini di Avigliano Umbro associati nel circolo culturale "Volontà e Azione". Da allora ha ospitato manifestazioni teatrali, musicali e convegni. Attualmente vi si svolgono, con successo, le rappresentazioni collegate ai progetti di teatro, cinema e comunicazione "Classinscena", "Cineciak" e "Teatro&Memoria" ideati per le scuole (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) e per adulti (ragazzi e allievi Università della Terza Età ) che si tengono, ogni anno, nel mese di giugno. SISMANOImponente castello medievale, domina con solenne grandiosità il territorio circostante. Appartenuto agli Arnolfi e poi, dopo vane vicissitudini, agli Atti di Todi, nel 1607 venne acquistato dai Corsini, ancora oggi proprietari. Al castello si accede attraverso una via semicircolare, ai lati della quale, è strutturato il borgo. Si possono ancora ammirare intatte due porte sormontate dagli stemmi gentilizi delle famiglie già proprietarie della fortezza, sopra una di esse è possibile apprezzare un interessante orologio settecentesco. DUNAROBBAIl nome deriverebbe dalla parola longobarda "Duna" che significa roba. Il nome quindi sarebbe composto dalla congiunzione di due parole di identico significato. L'Alvi, invece, fa derivare il nome dalla gens Dunnia. Fortificato intorno all'XI secolo fu soggetto a scorrerie e devastazioni. Di esso si conservano scarse tracce: ben conservata l'antica porta d'ingresso.A poca distanza è ben visibile un possente edificio chiamato "La Fortezza", la cui struttura definitiva risale ai lavori eseguiti nei secoli XV-XVII.A circa due chilometri dal centro, nella campagna di Sismano e Dunarobba, è situata la Pieve di Santa Vittorina. L'importanza della chiesa è desumibile dall'imponenza della facciata. Nel secolo XIII divenne uno dei 19 plebati del territorio tuderte: a Santa Vittorina facevano riferimento quasi 4000 abitanti. SANTA RESTITUTAAddossato sul versante orientale dei monti amerini, disposto lungo una scalinata centrale, oggi come nel medioevo, le case, costruite una vicino all'altra con piccoli spazi per le feritoie, costituiscono la cinta muraria.Nei pressi del paese, in mezzo a folti castagneti, alle pendici del monte Aiola si apre laa Grotta Bella, sito di notevole interesse geologico e archeologico, abitato dal neolitico fin in età tardo romana.Tra il silenzio dei boschi, sul fianco della montagna, si conserva un superbo e isolato esemplare di acero, uno dei più antichi d'Italia (300 anni circa). Inserito dal WWF fra i "Ptriarchi Verdi", il Ministero dei Beni Culturali ha predisposto la procedura per il riconoscimento come monumento ambientale. TOSCOLANOCastello medievale (ristrutturato nel XV sec.) ben conservato e caratteristico per il suo impianto urbano circolare. Emerge in una splendida terrazza panoramica immersa tra folti secolari castagneti. Dopo la porta d'ingresso del paese c'è la chiesa dedicata a S. Apollinare, al suo interno, ben conservato, un organo di legno d'olivo d'incerta datazione e tele del secolo XVII.Lungo la strada che conduce al paese è possibile ammirare una Maestà , attribuita a Piermatteo d'Amelia. L'edicola della Maestà è attualmente inglobata in una chiesetta a navata unica e ne forma la parete di fondo. L'affresco, recentemente restaurato, presenta un ciclo che mostra, sul fronte dell'edicola un Angelo con foglio annunziante, al centro Padre Eterno sotto forma di colomba, sulla destra la Vergine Annunziata.BENI CULTURALI e AMBIENTALI Teatro Comunale Il teatro di Avigliano Umbro è stato realizzato da un gruppo di 118 soci del circolo Volontà ed Azione, ed è stato inaugurato il 9 settembre del 1928. E' nato esclusivamente come teatro avendo tutti gli elementi fondamentali e caratteristici della tipologia: atrio, platea, galleria, palcoscenico predisposto per l'allestimento di quinte e fondali. Presenta una interessante facciata caratterizzata da elementi decorativi in cotto come formelle, bassorilievi, cornici di porte e finestre, elementi di finitura vari di buona fattura in stile liberty di notevole finezza. Il teatro stato donato al Comune di Avigliano Umbro nell'anno 1978. LA FORESTA FOSSILE DI DUNAROBBALa Foresta Fossile di Dunarobba venne alla luce verso la fine degli anni '70, all'interno di una cava di argilla destinata alla fabbricazione di mattoni per l'edilizia.I resti dei circa cinquanta tronchi di gigantesche conifere attualmente visibili costituiscono una eccezionale e rara testimonianza di alcune essenze vegetali che caratterizzavano questo settore della penisola italiana nell'arco di tempo compreso fra i 3 e i 2 milioni di anni fa, cioè nel periodo geologico noto come Pliocene. Ancora in gran parte sepolta dal sedimento, questa antica foresta indica condizioni ambientali sostanzialmente diverse da quelle attuali, caratterizzate anche da un clima sensibilmente più caldo.La conservazione dei tronchi in posizione di vita e il mantenimento pressochè totale delle caratteristiche del legno originario, sono ragionevolmente ascrivibili ad un seppellimento continuo e graduale avvenuto all'interno di un'area paludosa situata sulle rive di un ampio lago. Inoltre l'area era sottoposta ad un graduale sprofondamento, cioè ad fenomeno geologico noto come subsidenza.Le particolari caratteristiche di questo sito paleontologico lo rendono un monumento naturalistico unico al mondo e di grande rilevanza scientifica. La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Umbria, negli anni successivi alla scoperta ha iniziato un lungo lavoro di documentazione finalizzato allo studio, alla salvaguardia e conservazione del sito paleontologico. Attualmente i maggiori sforzi sono finalizzati a contrastare il disfacimento del legno da parte degli agenti atmosferici, causa principale di degrado.

Info

Segreteria organizzativa
Maurizio Santini - 328 2374283
Alessandro Dimiziani - 349 6602285
Alessio Santi - 340 9752229
Comune di Lugnano in Teverina
TEL. +39 0744.902321